Il mistero dell’acqua

Lo confesso: cosa fosse una Brita – e sto parlando di una B maiuscola – io non lo sapevo proprio. Questa Brita che ho scoperto da poco è agile, è squadrata e va riempita d’acqua. Ecco sì, la Brita con la B maiuscola è una brocca. Una brocca tutta di plastica abbastanza sottile, non di vetro come la maggior parte delle brocche che si vedono in giro. È circa un parallelepipedo, per metà bianco e per il resto trasparente, che a dire il vero è forse un po’ troppo scuro per poter essere chiamato così. Più che trasparire dà sul blu, anzi no, dà più sul grigio. Perciò, se ci metti il liquido per cui è stata progettata, cioè l’acqua, quest’ultima diventa quasi blu. Grigia-blu. Stessa cosa se ci versi del succo di tamarindo o della vodka. Se invece ci piazzi dentro della cedrata o della spuma bionda, magari esce fuori un bel verdino. O un giallino morto di sonno. Non ho ancora provato. Magari in estate.

La Brita ha pure un manico, ci mancherebbe. Anche lui è di quel trasparente che dà sul blu o forse sul grigio come tutto il resto. È un manico normale. Visto che la Brita ce l’avevo a portata di mano ho provato a stringerlo: ricordo che si impugnava bene e non aveva gli spigoli taglienti. Allora pensai che era un ottimo manico.

Che ci sia o meno l’acqua dentro, non ci puoi guardare attraverso la Brita. Nulla di grave, certo, però che la sua plastica deformi gli oggetti è comunque un fatto. Non è neppure adatta a fare qualsiasi altra cosa. Deve tenere l’acqua e fine della storia. Però, a sentire la signora C., quest’unica cosa che fa, questa Brita la sa fare in modo straordinario. S t r a o r d i n a r i o! Figurarsi: una brocca di plastica che fa cose straordinarie!  

Quando la signora C. mi ha mostrato quella che rimarrà per sempre e ineluttabilmente la prima Brita della mia vita, lei (dico la Brita, non la signora C.) stava sul piano della cucina. Un piano di granito. Stava tra la scatola di biscotti al farro e il barattolo delle uvette. Se ne stava lì tranquilla, come peraltro tutti gli altri oggetti di quella orrenda cucina marrone. Ordinati o sparsi, gli oggetti in cucina sono, infatti, estremamente tranquilli: mestoli che stanno mesti, mezzelune che non vanno mai di traverso, brocche che non sbroccano.

C’è stata poi una seconda circostanza in cui ho visto la Brita. Era nel frigorifero a raffreddarsi, e stava di nuovo in mezzo ad altre cose da mangiare. Questa volta era imbambolata tra uno stracchino sigillato ma scaduto da due mesi, una banana mezza marcia, un peperone giallo e un rotolo di pasta per lasagne marca Buitoni. Che cosa ci faceva una meraviglia in mezzo a tanto degrado alimentare? Non so… È stato allora, finalmente lontano dagli occhi della signora C. che l’ho tirata fuori per osservarla meglio. Non volevo fare altro che guardarla e così ho fatto, ignorando però la parte trasparente che avevo squadrato già abbastanza e mi aveva ormai stufato. La sola cosa che mi interessava, adesso era la parte in alto, quella bianca che dicevo prima.

Sospettavo che l’origine della meraviglia di cui parlava lady C fosse lì dentro. Ben nascosto, il tesoretto della Brita… Allora ho sollevato il tappo e lì sotto c’era una specie di cratere. Bianco pure lui. Nel bel mezzo, un piccolo pomo che si può svitare e sotto di lui un filtrino di carta. Mi trattengo e resto immobile: vietato toccare, mi aveva ripetuto la signora C con quel dito su e giù per l’aria. Non si tocca il cratere, non si tocca il pomello: il mistero dell’acqua si preserva una sola volta all’anno.

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