due foto

Sono soddisfatto di quel che ho fatto…
È difficile capire qual è la cosa giusta da fare, sapete?
 Non è mica da tutti.
 Ci vuole forza… Ci vuole tanto coraggio

Non era stato semplice ritornare alla vita dopo quei centoventi mesi trascorsi da pazzo tra i pazzi. Ma adesso Ivo Artoni era a posto. Era come tornato a nascere, un po’ con le sue forze, un po’ con l’aiuto della solidarietà di qualcuno che nemmeno conosceva. Via, alè, libertà. Di nuovo uno come tanti. Felice di non portare nemmeno un grammo di peso sulle spalle. Quella roba brutta che è il biasimo dell’universo gli era stato gentilmente cancellato da tutti coloro che avevano conosciuto – e avrebbero volentieri ucciso – quel funzionario a cui veniva tanto naturale prendersela con i deboli. Debole lui, a sua volta. E deferente fino alla nausea con i forti. Con l’Artoni sbagliò valutazione: se la prese con lui che era un uomo gentile. Ostinatamente, come un’ossessione. Fino a quel giorno, in cui un tagliacarte con il manico di osso e la punta affilata di fresco gli fece capire che, forse, le sue vessazioni avrebbe fatto meglio a indirizzarle altrove.

Un decennio tra i pazzi ti lascia un segno che al confronto l’inchiostro sottopelle è un velo di talco. Tuttavia Ivo era stato un uomo capace di preservare il suo midollo da qualsiasi tatuaggio. Bravo sì. O forse era solo stato fortunato.
La fatica di resistere alle privazioni del carcere dei matti gli si era accanita tutta in faccia, trasformandogli la pelle in una specie di cuoio dalla conciatura leggera, tipo quella dei palloni da calcio anni Trenta. Una ruga, una riga sul pallone.
Gli si erano formati anche due buchi belli secchi subito al di sotto degli zigomi per via di quei quattro molari che gli avevano dovuto togliere perché erano marciti a causa di un’igiene approssimativa a dir poco.
La pelle, all’altezza di quei buchi, gli si era con il tempo ritirata, regalandogli l’effetto di una camicia tutta spiegazzata che sta aspettando la sua dose di vapore. I buchi erano in tutto quattro, se si contano anche le narici. 

Uscito, rinato. Grazie all’intercessione di un anonimo trovò lavoro a Piacenza. Settore: stagionatura dei prosciutti. Ma non riuscì mai ad affezionarsi troppo, né alla gente né alle cose. Tantomeno alla città.
La tappa successiva fu Cremona. Ci arrivò per caso, neppure sapeva bene dove localizzarla sulla cartina. Trovò lavoro in un bar. Un antico cafè dal sapore di mitteleuropa trapiantato nella terra dei liutai. Non di Londra, ma di Vienna era il fumo alle pareti di quel bar, ormai rassegnate ad aver perso il loro bianco delle origini. Il proprietario era un ricco illuminato che non faceva domande. A Ivo ne fece una soltanto: “Sei disposto a diventare un factotum di giorno e un musicista di sera?” Glielo chiese così, al buio. Sulla fiducia. Ivo accettò.

Gli piaceva quel lavoro. E il lavoro ricambiava. Il bar era centralissimo, nella zona del mercato, degli uffici e dello shopping. Perciò era sempre affollato e tutti, a Ivo, gli davano solo e sempre del tu. A lui piaceva soprattutto quando – ogni sera, ma mai prima delle nove – se ne usciva qualcuno dall’alito un po’ alticcio che gli chiedeva di suonare: “Dài Cesarino, facci ancora quella del matrimonio”. Volevano sempre la stessa mazurka quegli habitué impetrolati. La fisarmonica era sempre lì, sul lato corto del balcone. Imbalsamata per tutto il giorno e poi pronta per vibrare la sera, con il soffietto bianco tra quelle due metà di smalto rosso che suonavano fino a quando le braccia gli chiedevano una tregua. Erano però due braccia forti, quelle di Ivo. E riuscivano a sopportare anche tre ore di apri e chiudi interrotto soltanto dal tempo di una sigaretta.
 
Ivo aveva otto nipoti ma mogli e figli zero. Le donne, lui le amava a modo suo. Un modo molto delicato, a metà strada tra l’amore assoluto e una naturalissima misantropia. Il bisogno di tenere una donna tra le braccia lui se lo soddisfaceva a partire dal ventisette di ogni mese. Diciamo per almeno cinque o sei giorni, consecutivi oppure intervallati. Senza regola. Poi basta. Almeno fino alla paga successiva.
Ivo non credeva nell’amore, sebbene lo avesse visto tante volte negli occhi delle donne che lo osservavano mentre teneva la sua fisarmonica tra le braccia. Non era bello Ivo con quella faccia di cuoio anni Trenta e quelle spalle un po’ ricurve. Ma di fascino ne aveva in quantità. A chi si domandava come mai un uomo con il dono della musica, di una naturale capacità di conversare e di ascoltare, e dotato di un garbo e di un invidiabile carisma, non avesse una donna fissa al suo fianco, Ivo rispondeva sempre con la stessa non-risposta: “Qual è la donna che può meritare in sposo il più disgraziato tra gli uomini?”. 

Ogni fine mese, da quando viveva a Cremona, Ivo andava a trovare la signora Grazia. Fino a poco tempo fa, lei era il suo unico passatempo carnale. Poi conobbe anche Serena. Alta, mora, fin troppo magra, una bellezza lituana che non aveva ancora compiuto venticinque anni. Con lei aveva scoperto il suo lato più istintivo, sollecitato dalla di lei passività. Si abbandonava a lui e lui ne disponeva. Era il loro modo, la loro trasgressione.
Grazia era tutta un’altra storia, ormai sempre più una vecchia moglie a pagamento che la puttana di un tempo. Rassicurante, gli dava asilo tra i suoi seni e sul suo ventre. Non era quasi più sesso. Da quando c’era Serena era diventato qualcosa d’altro.
Grazia e Serena erano amiche ma, a tratti, il loro rapporto somigliava più a quello tra una madre e una figlia. Abitavano nello stesso condominio, in due appartamentini sullo stesso piano, quasi identici, essenziali e dignitosi. Avevano pressappoco gli stessi orari, ma una clientela sensibilmente diversa. Sovente capitava che si trovassero per far la spesa e una volta al mese Grazia rifaceva la tinta a Serena, una delle poche bionde a voler far credere al mondo di essere invece nata mora. Sopracciglia comprese.
Una sera, Serena bussò alla porta di Grazia. Era in lacrime, dopo l’ennesimo brutto incontro ravvicinato con colui che un tempo era stato il suo uomo e il suo protettore e che adesso la rivoleva indietro per rimetterla tra le bamboline di sua esclusiva proprietà. Era il giorno ventisette e come sempre Ivo era passato a trovare Grazia. Tutti e due avevano sentito le grida che attraversavano le pareti di carton gesso. Nel momento stesso in cui avevano deciso di andare a bussare alla porta, le grida cessarono e un attimo dopo Serena era lì. Tremava e piangeva. Quella sera rimasero tutti e tre a cena da Grazia. Come tre buoni amici.

La presenza di Ivo era rassicurante per tutti tranne che per se stesso, tramortito dalla sensualità involontaria di Serena. Ivo sapeva che Grazia era tutt’altro che stupida e che si era accorta del suo strano disagio. Fu bravissima a non darlo a vedere. Invitò tutti e due a cena per il lunedì successivo, facendo giurare a Ivo che, nonostante fosse il suo giorno di pausa dal lavoro, avrebbe dovuto suonare la fisarmonica. Per loro soltanto.
Da quella sera, una parte dello stipendio di Ivo cominciò a uscire virtualmente dalle tasche di Grazia per entrare in quelle di Serena. Grazia aveva capito che Ivo sarebbe stato un po’ meno suo e lo accettò. Tutto ciò non le procurava una vera tristezza. Era piuttosto una malinconica rassegnazione.
Per festeggiare il compleanno del loro compagnuccio, le due avevano pensato a un bel regalo: a nessuna delle due piaceva la montatura degli occhiali di quell’uomo. Gli stavano male, stavano troppo in alto. E poi erano ormai al di fuori di ogni moda, di un colore improbabile, con una bacchetta che non voleva più sapere di rimanere ferma dietro l’orecchio. Gli comprarono anche una piccola pipa di schiuma con il bocchino giallo. Dopodiché vollero dedicare a se stesse il tempo che le separava dalla chiusura dei negozi.
Rimasero poi colpite da un abito, un abito semplice, banalmente un prendisole scollato. Ne presero due. “Questo arancio sta benissimo sulla mia pelle”, disse Grazia. Serena, invece, lo prese blu. Lo stesso gioco si ripetè un paio di isolati più avanti quando arrivò il momento di abbinare al vestito un nuovo paio di scarpe. Di nuovo arancio e blu. Scarpe semplici, comode, poco appariscenti.
Il momento della piccola festa arrivò la sera stessa. Ivo era seduto sulla sua sedia preferita per suonare quando le due donne si diressero al bancone. Aveva la testa reclinata e gli occhi chiusi, perciò non le vide: stava ripassando Misty Morning Albert Bridge dei Pogues, un brano decisamente borderline per uno come lui dal repertorio così tradizionale. Lo aveva imparato da uno dei giovani a cui dava lezioni di musica quasi tutti i pomeriggi e lo aveva trovato perfetto da suonare verso l’ora del tramonto. Non sapeva le parole, ma le labbra accennavano qualcosa. Forse era il testo del brano, forse stava bisbigliando dell’altro. Fatto sta che Grazia, dal bancone lo poteva vedere con chiarezza. Serena era distratta.

- Il Merendi qui, dice che ieri sera il frigo si è rotto e il tuo sidro ha preso una brutta scaldata. Dice che stasera non te lo può proprio servire. Vuoi una chiara? La vuoi piccola?

Serena si avvicinò al bancone e disse di preferire una Guinness. Media, però. Poi uscì.
Grazia se ne fece servire due, l’altra era per sé. Il suo sguardo si inchiodò sulla sagoma di un uomo che in controluce sembrava un’ombra. Era il bastardo di Serena. Fece due passi nel locale e buttò in giro un paio di sguardi. Ansimava, agitato. Andò via.
Serena non c’era, la sua birra era ancora lì, ormai calda. Ivo cambiò canzone, una ballata serba di una malinconia davvero rara.    

1 Risposta a “due foto”


  1. 1 joe Novembre 4, 2007 alle 7:22 pm

    buffo che in una sorta di “bozza zero”, un pezzo buttato giù di getto e da rivedere completamente, ho espanso in due pagine quello che è il tuo inizio: “Non era stato semplice ritornare alla vita dopo quei centoventi mesi trascorsi da pazzo tra i pazzi.”

    Nel mio caso non sono centoventi, ma solo 12. E non c’è una fisarmonica ma un sassofono. tu passi al dopo, io mi concentro sul durante. e su due tentativi di uscire.
    nel tuo caso lo stile è molto più rifinito. io non ci ho neppure provato ancora a lavorarci sullo stile. è materiale allo stato grezzo. come dicevo: una bozza zero. te lo butto qua giusto per divertimento, senza nessun tentativo di confronto, ma semmai di dialogo tra noi.
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    fossi in te lavorerei su cose del tipo:
    “Uscito, rinato. Grazie all’intercessione di un anonimo trovò lavoro a Piacenza. Settore: stagionatura dei prosciutti. Ma non riuscì mai ad affezionarsi troppo, né alla gente né alle cose. Tantomeno alla città.”

    questo è riassunto, sinossi. un po’ va bene, mica puoi dire tutto. però qua mi pare troppo. trasformarla in una scena, anche soilo dieci righe, ma una scena: l’anonimo lo incontra, ci parla, gli fa capire che lo aiuterà.
    oppure: un uomo X lo incontra, gli dice che un anonimo lo aiuterà.
    poi lo porta a vedere il lavoro che gli hanno dato nel settore della stagionatura dei prosciutti. l’odore del prosciutto, della carne, è forte. fortissimo.
    lui lo odia immediatamente, quell’odore. X gli fa vedere cosa deve fare. lui comincia.
    ripete le azione una volta, due volte mille volte. in mezzo a quell’odore. è così che passano i giorni: facendo quelle azioni.

    scena breve di lui che parla, o non parla, con i suoi compagni di lavoro. sono diversi, gli dicono cose che lui non capisce, che lui non ama. lavorano il prosciutto senza preoccuparsi di quel che fanno, senza sentire l’odore.
    invece lui esce dal lavoro che puzza di prosciutto. la puzza se la porta in giro per la città. vede strade, monumenti, CERTE STRADE, CERTI MONUMENTI, e gli sembrano impregnati di quell’odore. tutta la città è impregnata dell’odore del prosciutto. come può non finire per odiare quella città, quel lavoro, quella gente?
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    Nove anni. Nove anni fa Ian Saxy ha riposto la sua vita in una soffitta. Buia. Impolverata, traboccante di oggetti inutili: ricordi, vestiti, rimpianti, una morte, un sassofono. Nove anni fa il sassofono ha smesso di suonarlo come ha smesso di fare tante altre cose, praticamente tutte. Ha buttato tutto in soffitta: le emozioni, le glorie, le cazzate, le storie banali e quelle importanti; la sua vita insomma.
    La porta chiusa, la chiave gettata.
    Nove anni fa, dopo la morte di Y Ian trascorreva le ore steso su un letto, a fissare pareti e soffitto di una stanza nella Locanda dell’Inferno. Dal bianco delle pareti traeva la certezza dell’annullamento. Guardava soffitto e pareti e aspettava di morire. Ore giorni settimane mesi.
    La sua stanza era bianca. L’Istituto che lo ospitava era alto tre piani, un edificio di cemento e acciaio e vetro: la Locanda dell’Inferno. Dietro ci scorreva un fiumiciattolo di acqua solforosa. All’inizio dei lavori di costruzione dell’Istituto si era deciso di deviarlo, o seppellirlo, quel fiume scomodo, ma poi qualcuno aveva cambiato idea, e il fiume era rimasto e l’acqua avevano pensato di convogliarla dentro l’Istituto e utilizzarla per alimentare le piscine termali, così dentro tutto era dolce caldo morbido amniotico. Fuori invece, dietro, incustodito, il fiume scorreva ancora, e trascinava a valle acqua caldissima, fango borbottante, odore ispido di zolfo, e vapore che nascondeva il terreno.
    Certi pazienti si spingevano oltre le mura dell’Istituto, guardavano il fiume e pensavano all’inferno. Gironzolavano vagabondi per le grandi stanze dalle pareti pastello dell’Istituto, si sentivano pellegrini in una locanda: erano accettati, ospitati, custoditi, nutriti, preservati, alleviati dalle loro sofferenze. Poi scavalcavano il recinto protettivo e trovavano le nebbie del fiume, e pensavano che l’inferno non poteva essere molto diverso da quel che vedevano: vapori, caldo, odore, paura, incertezza nello sguardo.
    Un anno. Ci aveva passato un anno nella Locanda dell’Inferno. A volte lo legavano al letto. Per sicurezza, gli dicevano. Per impedirgli di farsi male. In quel periodo era certo che mani invisibili gli infilassero aghi invisibili nel corpo per succhiargli ormoni. Glieli estraevano dalle braccia e dalla nuca, dalle gambe soprattutto; dalle dita dei piedi. Non gli facevano male, però succhiavano, e succhiavano forte, e ormoni a migliaia scivolavano via dal corpo nel silenzio più assoluto e lui moriva piano.
    Succo di ormoni. A volte era giallo, oppure verde, ma non rosso, mai. Dalle punte degli aghi invisibili che si ritraevano da lui schizzi di ormoni saettavano a terra in bave luminescenti e gelatinose che solo lui potevo vedere.
    A volte, con le unghie cercava di strapparsi di dosso gli aghi invisibili e siccome non riusciva a raggiungerli perseguiva nella sua caccia all’ago con feroce determinazione.
    Si faceva male, si feriva, il dolore prendeva la forma di eccessi di luce oltre gli occhi, ma continuava. Si scavava sottopelle fin quando non lo fermavano. Lo trovavano con le mani insanguinate e il corpo malamente aperto in più punti, ferite ben spalancate, porte spalancate per gli ormoni in fuga. È per quello che lo legavano.
    Insomma, era questo il suo problema: ormoni colanti. E poi c’era tutto il resto, naturalmente, la gestione delle cose abbandonate in soffitta, o piuttosto, il desiderio di non avere più a che fare con le cose abbandonate in soffitta. C’era la sua vita intera dimenticata in soffitta, e la morte di Y che non sapeva spiegare, e il suo sassofono sepolto sotto la polvere in soffitta.
    Non lo suonava più, il sassofono. Aveva provato a riprenderlo, un paio di volte. Era stato un piacere tirarlo fuori dalla custodia di legno, grattare con piccoli colpi di unghia i residui mai rimossi di saliva secca dai tasti e dal bocchino, strofinare la superficie d’ottone con un panno morbido di cotone che si era conservato dai tempi dei concerti. Una stoffa celeste. Strofinare. Lucidare. Strofinare. Celeste era il suo colore preferito.
    Poi aveva cominciato a suonare.
    Suonare è come avere una bocca con labbra di metallo che vibrano. Avere dita lunghissime che cercano i suoni nascosti nel cervello per estrarli come pepite preziose dai fori aperti nel metallo e urlarli attraverso una gola d’ottone. Quando suonava era aggredito da un’onda calda, l’onda si prendeva prima la testa, poi le dita. Lo masticava col suo consenso. L’onda lo accompagnava materna mentre lui si muoveva sui tasti percorrendo sequenze mai dimenticate. È come recitare a memoria una poesia imparata da bambino. È questo che avrebbe detto se gli avessero chiesto cos’era suonare: recitare una poesia bellissima a voce alta.
    In quelle due occasioni nella Locanda dell’Inferno scelse Around Midnight. Quel brano gli evocava il silenzio assoluto, la notte, la solitudine di una voce che cerca di farsi sentire al di là del buio. Prese a suonare con immediata sicurezza, sparava i suoni contro il muro della stanza con lo strumento stretto tra le mani.
    In quelle due occasioni non aveva sbagliato una parola di quel canto. In quelle due occasioni aveva pensato di poter stringere di nuovo una donna, di trattenere tra le dita il corpo di una donna che urlava e rideva.
    Con tutta la dolcezza possibile.
    Suonava magnificamente, pure si interruppe quasi subito, incapace di terminare ciò che aveva cominciato. E non era certo l’assenza prolungata d’esercizio a rovinare l’esecuzione, quanto piuttosto la sua assoluta mancanza di volontà a continuare. Dopo le prime note, mentre ancora si sforzava di suonare, aveva intuito con lucida chiarezza che tutta l’aria che soffiava nel sax si concentrava dentro a un cubo duro e nero: non era musica che soffiava dentro a quel cubo, ma l’ansia del mondo. Suonando, alimentava l’ansia come si fa soffiando su un fuoco con rami secchi. Così il cubo d’ansia si era riempito in fretta e a quel punto il resto del suo fiato, il resto delle sue energie, il resto delle note pompate nella stanza contro al muro bianco forzavano soltanto l’esplosione più temuta: quella degli ormoni. Non erano più suoni che gli uscivano dalla bocca e dalle dita, ma ormoni. I suoi ormoni. Vomitava fiotti di ormoni. Subito le mani invisibili scendevano su di lui con gli aghi solerti per catturare la sua linfa. Il calore si freddava, prima le dita si facevano gelide, poi la testa e la fronte. Sudava gocce gelide, e anche dalla fronte gli ormoni schizzavano fuori con grande rapidità.
    Come poteva continuare a suonare, mentre gli ormoni fuggivano, mentre moriva così?

    Così per un anno. Gli ci era voluto un anno per farla finita con quella patetica scusa, gli ormoni, una giustificazione che si era inventato per non affrontare ciò che in quel momento non poteva: riprendersi la vita.
    Un anno per riuscire a riaprire la porta della soffitta nella Locanda dell’Inferno. Un anno: un vuoto grigio.
    Frotte infinite di ormoni lo avevano abbandonato e lui era ancora vivo. È per questo che cominciò a dubitare sulla sua morte imminente. Non riusciva a morire; gli ormoni continuavano a sparire e lui continuava a restare vivo, nonostante gli fosse chiaro che ciò era impossibile. Così a un certo punto decise che forse si sbagliava su questa storia degli ormoni. Era una cazzata. Così smise di crederci e cercò di occuparsi nuovamente della sua vita a pezzi, e fece di tutto per far credere a tutti che era guarito, al punto che tutti cominciarono a credere che fosse guarito sul serio.
    Impiegò mesi. Convinse anche i medici che lo curavano e uscì dalla Locanda dell’Inferno che era ancora vivo, e un anno più vecchio. Ma ancora vivo. E ricominciò a fare l’unica cosa che gli riusciva bene, l’unica che sapeva e voleva fare: suonare.


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