due foto v2

Sono soddisfatto di quel che ho fatto…
È difficile capire qual è la cosa giusta da fare, sapete?
Non è mica da tutti.
Ci vuole forza… Ci vuole tanto coraggio

- Serena, io non lo posso più vedere con quegli occhiali. Gli stanno male! Gli stanno troppo in alto! E poi sono fuori da ogni moda, con quel colore improbabile.
- Hanno anche un’asticella tutta storta
- Hai ragione. Compriamogli una montatura nuova, alle lenti ci penserà poi lui.
- Veramente un regalo io gliel’ho già fatto… arrossì Serena
- Tanto meglio, sarà un compleanno col doppio regalo.

Mentre passeggiavano lungo il corso alla ricerca di un negozio di occhiali, rimasero tutte e due colpite da un abito, un abito semplice, banalmente un prendisole scollato. Ne presero due. “Questo arancio sta benissimo sulla mia pelle”, disse Grazia. Serena, invece, lo prese blu. Lo stesso gioco venne ripetuto un paio di isolati più avanti quando arrivò il momento di abbinare al vestito un nuovo paio di scarpe. Di nuovo arancio e blu. Scarpe di tela, comode e poco appariscenti.

Il momento della piccola festa arrivò la sera stessa, al bar. Ivo era seduto sulla sua sedia preferita per suonare. Aveva la testa reclinata e gli occhi chiusi, perciò non vide le due amiche che erano appena entrate: stava ripassando Misty Morning Albert Bridge dei Pogues, un brano decisamente borderline per uno come lui dal repertorio così tradizionale. Lo aveva imparato da uno dei giovani a cui dava lezioni di musica quasi tutti i pomeriggi e lo aveva trovato perfetto da suonare verso l’ora del tramonto. Non sapeva le parole, ma le labbra accennavano qualcosa. Forse era il testo del brano, forse stava bisbigliando dell’altro. Fatto sta che Grazia, dal bancone, lo poteva vedere con chiarezza. Serena, invece, era distratta.

- Il Merendi qui, dice che ieri sera il frigo si è rotto e il tuo sidro ha preso una brutta scaldata. Dice che stasera non te lo può proprio servire. Vuoi una chiara? La vuoi piccola?, chiese Grazia

Serena si avvicinò e disse di preferire una Guinness. Media, però. Poi uscì. Ivo smise di suonare, appoggiò la sua fisarmonica sulla sedia accanto a tavolo e si alzò.
Grazia prese le due birre, l’altra era per sé. Il suo sguardo si inchiodò sulla sagoma di un uomo che in controluce sembrava un’ombra. Era “il bastardo” di Serena, che fece due passi nel locale e buttò in giro un paio di sguardi. Ansimava, agitato. Andò via.
Serena non c’era, la sua birra era ancora lì, ormai calda, imbevibile. Ivo cambiò canzone, una ballata serba di una malinconia davvero rara.    

- Signor Artoni, nessuno dei due ha voglia di perdere altro tempo. È stato un raptus, vero? Quella donna le è entrata in testa come un toro in carica. Un’amica, un oggetto sessuale, una figlia. Tante cose, troppe cose, tutte assieme. Una confusione eccessiva, bisognava fare ordine, vero? Una ripulita, ecco di che cosa c’era bisogno. E poi c’era Grazia… Non ci riusciva proprio più a sopportare la sua rassegnazione, o sbaglio?
- La prego, basta…
- Non sopportava più quell’ingiustizia che Grazia era costretta a subire per colpa sua. Grazia la amava. Lei lo sapeva e non poteva sopportare la sofferenza di cui lei era l’unica causa.
- Anche io la amavo. E amavo anche Serena. L’ho fatto per tutti e tre.
- Certo, ma in quel modo non era più giusto per nessuno… Brigadiere, lo faccia portare via. E poi chiami il magistrato.

Dieci anni fa, un po’ con le sue forze, un po’ con l’aiuto della solidarietà di qualcuno che nemmeno conosceva, Ivo Artoni ce l’aveva fatta. Via, alè, libertà. Di nuovo uno come tanti. Felice di non portare nemmeno un grammo di peso sulle spalle. Quella roba brutta che è il biasimo dell’universo gli era stato gentilmente cancellato da tutti coloro che avevano conosciuto – e avrebbero volentieri ucciso – quel funzionario a cui veniva tanto naturale prendersela con i deboli. Debole lui, a sua volta, quell’idiota di funzionario. E deferente fino alla nausea con i forti. Con l’Artoni sbagliò valutazione: se la prese con lui che era un uomo gentile. Gli stava sempre al collo, ostinatamente, come un’ossessione. Fino al giorno in cui un tagliacarte con il manico di osso e la punta affilata di fresco gli arrivo a un centimetro dalla giugulare lasciandogli soltanto qualche attimo prima di bucargliela a morte, qualche attimo per fargli rendere conto che, forse, le sue vessazioni avrebbe fatto meglio a indirizzarle altrove.

Un decennio tra i pazzi ti lascia un segno che al confronto l’inchiostro sottopelle è un velo di talco. Tuttavia Ivo era stato un uomo capace di preservare il suo midollo da qualsiasi tatuaggio. Bravo sì. O forse era stato soltanto fortunato.
La fatica di resistere alle privazioni del carcere dei matti gli si era accanita tutta in faccia, trasformandogli la pelle in una specie di cuoio dalla conciatura leggera, tipo quella dei palloni da calcio anni Trenta con la cucitura spessa. Una ruga, una riga sul pallone.
Gli si erano formati anche due buchi belli secchi subito al di sotto degli zigomi. Era stato per via di quei quattro molari che gli avevano dovuto togliere perché gli erano marciti in bocca.
La pelle, all’altezza di quei buchi, gli si era con il tempo ritirata, regalandogli l’effetto di una camicia tutta spiegazzata che sta aspettando la sua dose di vapore. I buchi erano in tutto quattro contando anche le narici. 

- Una volta uscito dal carcere criminale, grazie all’aiuto di un anonimo trovai lavoro a Piacenza. Settore: stagionatura dei prosciutti. Il lavoro manuale e meccanico mi era indispensabile per pensare troppo. Non riuscii mai ad affezionarmi né alla gente né alle cose. Tantomeno alla città. E allora me ne andai.

Una porta che si chiude e un’altra che subito si apre. Nell’esistenza di Ivo non c’erano mai state porte socchiuse. Lui era così, radicale. E radicali erano le sue azioni.

- Un paio d’anni dopo la sua uscita ci incontrammo per caso a Cremona, ricorda?, gli chiese l’ispettore.

- Sì che mi ricordo. Da Piacenza mi spostai a Cremona. Ci arrivai per caso, mi creda, non sapevo neppure bene dove localizzarla sulla cartina. Trovai lavoro in un bar. Mi piacque fin da subito, io che avevo vissuto per tanti anni a Trieste lo trovai molto simile a un cafè della vecchia Europa Centrale. Il proprietario era un riccone che faceva poche domande. A me ne fece una soltanto: “Sei disposto a diventare un factotum di giorno e un musicista di notte?” Accettai.

A Ivo quel lavoro piaceva. E il lavoro ricambiava. Il bar era centralissimo, nella zona del mercato, degli uffici e dello shopping. Era sempre affollato e tutti, a Ivo, gli davano solo e sempre del tu. A lui piaceva soprattutto quando qualcuno dall’alito un po’ alticcio gli chiedeva di suonare: “Dài Cesarino – era così che lo chiamavano tutti giù al bar – facci ancora quella del matrimonio”.

Volevano sempre la stessa mazurka quegli habitué impetrolati. La fisarmonica ce l’aveva sempre accanto, tutto il giorno imbalsamata e poi pronta per vibrare la sera, con il soffietto bianco tra quelle due metà di smalto rosso glitter che suonavano fino a quando le braccia gli chiedevano una tregua. Erano braccia forti, quelle di Ivo. E riuscivano a sopportare anche tre ore di apri e chiudi interrotto soltanto dal tempo di qualche sigaretta.
 
Ivo aveva otto nipoti ma mogli e figli zero. Le donne, lui le amava a modo suo. Un modo molto delicato, a metà strada tra l’amore assoluto e una naturalissima misantropia. Il bisogno di tenere una donna tra le braccia lui se lo soddisfaceva a partire dal ventisette di ogni mese. Diciamo per almeno cinque o sei giorni, consecutivi oppure intervallati. Senza regola. Poi basta. Almeno fino a quando arrivava la paga successiva.
Ivo non credeva nell’amore, sebbene lo avesse visto tante volte negli occhi delle donne che lo osservavano mentre teneva la sua fisarmonica tra le braccia. Non era bello Ivo con quella faccia di cuoio anni Trenta e quelle spalle un po’ ricurve. Ma di fascino ne aveva in quantità. A chi si domandava come mai un uomo con il dono della musica, di una naturale capacità di conversare e di ascoltare, dotato di un garbo e di un invidiabile carisma, non avesse una donna fissa al suo fianco, Ivo rispondeva sempre con la stessa non-risposta: “Qual è la donna che può meritare in sposo il più disgraziato tra gli uomini?”. 

Ogni fine mese, da quando viveva a Cremona, Ivo andava a trovare la signora Grazia. Era un corteggiamento continuo, il suo. Le parlava fitto fitto del più e del meno, le raccontava storie di guerra e di fantasia. La baciava spesso, anche se lei non sempre ne aveva voglia. Soprattutto, era il suo unico passatempo carnale.
Poi conobbe Serena. Alta, mora, fin troppo magra, una bellezza lituana che non aveva ancora compiuto venticinque anni. Con lei aveva scoperto il suo lato più istintivo, sollecitato dalla di lei passività. Si abbandonava a lui e lui ne disponeva. Era il loro modo, la loro trasgressione.
Serena arrivava e Grazia via via diventava tutta un’altra storia: era sempre più una vecchia moglie a pagamento che la puttana di un tempo. Ormai, se la cercava, era solo per cercare asilo tra i suoi seni quando si sentiva un po’ triste.

Grazia e Serena abitavano nello stesso condominio, in due appartamentini sullo stesso piano, quasi identici, essenziali e dignitosi. Avevano pressappoco gli stessi orari, ma una clientela sensibilmente diversa. Sovente capitava che si trovassero per far la spesa e una volta al mese Grazia rifaceva la tinta a Serena, una delle poche bionde a voler far credere al mondo di essere invece nata mora. Sopracciglia comprese.

Sì, Grazia e Serena erano amiche. Però, talvolta, il loro rapporto somigliava più a quello tra una madre e una figlia. Ivo se n’era accorto e provava un enorme fastidio per questa situazione che gli rammentava un passato che non aveva alcuna voglia di rivivere.

-    Ricordo quella sera che Serena bussò alla porta di Grazia. Era in lacrime dopo l’ennesimo brutto incontro ravvicinato con “il bastardo”, il suo ex protettore che la rivoleva indietro. Era il giorno ventisette e come sempre, in quel giorno del mese, ero passato a trovare Grazia. Avevamo sentito delle grida provenienti dall’appartamento di Serena. Cessarono quasi subito e un attimo dopo lei venne a bussare alla porta. Tremava e piangeva.

Grazia era tutt’altro che stupida ma non volle minimamente dare a vedere che aveva capito. Fu bravissima a nasconderlo. Invitò tutti e due a cena per il lunedì successivo, facendo giurare a Ivo che, nonostante fosse il suo giorno di pausa dal lavoro, avrebbe dovuto suonare la fisarmonica. Per loro soltanto.

- Sì, da quella sera la mia relazione con Serena divenne stabile. Prezzolata ma stabile.
- Come reagì Grazia?
- Capì subito che da quale momento in poi sarei stato un po’ meno suo e lo accettò. Senza una vera tristezza. Mi sembrò piuttosto una malinconica rassegnazione.


Nella notte tra il 24 e il 25 dicembre, Ivo Artoni tolse il disturbo con un lenzuolo lercio girato intorno al collo. Non lasciò altro che un sacchetto di indumenti e la sua adorata fisarmonica.

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