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	<title>Commenti per L2</title>
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	<description>- just another writing lab -</description>
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		<title>Commenti su Io, te e Amedeo di alberto</title>
		<link>http://ellequadro.wordpress.com/2008/02/01/io-tu-e-amedeo/#comment-9</link>
		<dc:creator>alberto</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Oct 2008 14:00:52 +0000</pubDate>
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		<description>Oooooops, la tastiera mi lascia indietro la &quot;z&quot;.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Oooooops, la tastiera mi lascia indietro la &#8220;z&#8221;.</p>
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		<title>Commenti su Io, te e Amedeo di alberto</title>
		<link>http://ellequadro.wordpress.com/2008/02/01/io-tu-e-amedeo/#comment-8</link>
		<dc:creator>alberto</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Oct 2008 13:59:16 +0000</pubDate>
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		<description>Belle ritmiche le assonane.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Belle ritmiche le assonane.</p>
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		<title>Commenti su About di titti</title>
		<link>http://ellequadro.wordpress.com/about/#comment-6</link>
		<dc:creator>titti</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Feb 2008 07:23:40 +0000</pubDate>
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		<description>incendio

… grilli e notte profonda … odore di bruciato, lontano, nel vento.. l’incendio di tre giorni fa lascia ancora la sua presenza.. ingombrante.. sarà perenne per la terra.. ingombrante per me, dolorosa.. un affresco del tempo di ieri per il turista..domattina. per un attimo mi prende la voglia di voltare le spalle ai fuochi, non fatui, che ancora tentano di ingollare foglie, terra.. arbusti.. mi prende la voglia di lasciare la strada.. e via, verso sud… verso la desolazione vera. attraversare una porta. partire.. l’assenza rotola nell’aria come una roccia di granito e picchia.. sul mio viso, picchia.. corro via ma l’assenza m’insegue.. é più veloce, non ha tempo e nemmeno strada. é un ponte fra noi.. che cosa voleva dire il poeta? che le parole sono una trappola? e allora perché non ha scelto il silenzio,proprio lui.. improvvisamente mi torna alla mente, imponente come la montagna incantata che si muove, il ricordo di una tua lettera.. eri avido di letteratura.. e la leggesti a me.. adoravo ascoltarti leggere.. raccontarti.. avevo ascoltato senza darti retta.. come una che riceve per sbaglio una dichiarazione d’amore destinata ad un’altra … mentivi … se avessi.. ma no, mi dico.. ora il fuoco é spento.. resta in questo spazio aperto, il blocco scuro, fumante, dei rilievi..tutto é nero e bianco.. tutto muto, per sempre.. come le tue debolezze che si sovrappongono sulle tue forze.. é così. ti vedo.. mentre fai le tue mosse, decise.. di una volontà che sembra non aver mai dubitato di se stessa… menti… io mi fermo… tremando.. sporca di un amore senza nome.. qualcosa come una gioia, come un cane .. ombra cinese,fedele che mi fa le feste, mi consola.. la luna mia complice.. cuore errante.. io.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>incendio</p>
<p>… grilli e notte profonda … odore di bruciato, lontano, nel vento.. l’incendio di tre giorni fa lascia ancora la sua presenza.. ingombrante.. sarà perenne per la terra.. ingombrante per me, dolorosa.. un affresco del tempo di ieri per il turista..domattina. per un attimo mi prende la voglia di voltare le spalle ai fuochi, non fatui, che ancora tentano di ingollare foglie, terra.. arbusti.. mi prende la voglia di lasciare la strada.. e via, verso sud… verso la desolazione vera. attraversare una porta. partire.. l’assenza rotola nell’aria come una roccia di granito e picchia.. sul mio viso, picchia.. corro via ma l’assenza m’insegue.. é più veloce, non ha tempo e nemmeno strada. é un ponte fra noi.. che cosa voleva dire il poeta? che le parole sono una trappola? e allora perché non ha scelto il silenzio,proprio lui.. improvvisamente mi torna alla mente, imponente come la montagna incantata che si muove, il ricordo di una tua lettera.. eri avido di letteratura.. e la leggesti a me.. adoravo ascoltarti leggere.. raccontarti.. avevo ascoltato senza darti retta.. come una che riceve per sbaglio una dichiarazione d’amore destinata ad un’altra … mentivi … se avessi.. ma no, mi dico.. ora il fuoco é spento.. resta in questo spazio aperto, il blocco scuro, fumante, dei rilievi..tutto é nero e bianco.. tutto muto, per sempre.. come le tue debolezze che si sovrappongono sulle tue forze.. é così. ti vedo.. mentre fai le tue mosse, decise.. di una volontà che sembra non aver mai dubitato di se stessa… menti… io mi fermo… tremando.. sporca di un amore senza nome.. qualcosa come una gioia, come un cane .. ombra cinese,fedele che mi fa le feste, mi consola.. la luna mia complice.. cuore errante.. io.</p>
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		<title>Commenti su Io, te e Amedeo di apolide</title>
		<link>http://ellequadro.wordpress.com/2008/02/01/io-tu-e-amedeo/#comment-5</link>
		<dc:creator>apolide</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Feb 2008 18:05:39 +0000</pubDate>
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		<description>Bella questa trasposizione poetica di una pittura.

ciao

Apo</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Bella questa trasposizione poetica di una pittura.</p>
<p>ciao</p>
<p>Apo</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su due foto di joe</title>
		<link>http://ellequadro.wordpress.com/2007/10/24/senza-titolo-2/#comment-3</link>
		<dc:creator>joe</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Nov 2007 19:22:52 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://ellequadro.wordpress.com/2007/10/24/senza-titolo-2/#comment-3</guid>
		<description>buffo che in una sorta di &quot;bozza zero&quot;, un pezzo buttato giù di getto e da rivedere completamente,  ho espanso in due pagine quello che è il tuo inizio: &quot;Non era stato semplice ritornare alla vita dopo quei centoventi mesi trascorsi da pazzo tra i pazzi.&quot;

Nel mio caso non sono centoventi, ma solo 12. E non c&#039;è una fisarmonica ma un sassofono. tu passi al dopo, io mi concentro sul durante. e su due tentativi di uscire.
nel tuo caso lo stile è molto più rifinito. io non ci ho neppure provato ancora a lavorarci sullo stile. è materiale allo stato grezzo. come dicevo: una bozza zero. te lo butto qua giusto per divertimento, senza nessun tentativo di confronto, ma semmai di dialogo tra noi.
---------------------------------------------------------------------------
fossi in te lavorerei su cose del tipo:
&quot;Uscito, rinato. Grazie all’intercessione di un anonimo trovò lavoro a Piacenza. Settore: stagionatura dei prosciutti. Ma non riuscì mai ad affezionarsi troppo, né alla gente né alle cose. Tantomeno alla città.&quot;

questo è riassunto, sinossi. un po&#039; va bene, mica puoi dire tutto. però qua mi pare troppo. trasformarla in una scena, anche soilo dieci righe, ma una scena: l&#039;anonimo lo incontra, ci parla, gli fa capire che lo aiuterà.
oppure: un uomo X lo incontra, gli dice che un anonimo lo aiuterà.
poi lo porta a vedere il lavoro che gli hanno dato nel settore della stagionatura dei prosciutti. l&#039;odore del prosciutto, della carne, è forte. fortissimo. 
lui lo odia immediatamente, quell&#039;odore. X gli fa vedere cosa deve fare. lui comincia.
ripete le azione una volta, due volte mille volte. in mezzo a quell&#039;odore. è così che passano i giorni: facendo quelle azioni.

scena breve di lui che parla, o non parla, con i suoi compagni di lavoro. sono diversi, gli dicono cose che lui non capisce, che lui non ama. lavorano il prosciutto senza preoccuparsi di quel che fanno, senza sentire l&#039;odore.
invece lui esce dal lavoro che puzza di prosciutto. la puzza se la porta in giro per la città. vede strade, monumenti, CERTE STRADE, CERTI MONUMENTI, e gli sembrano impregnati di quell&#039;odore. tutta la città è impregnata dell&#039;odore del prosciutto. come può non finire per odiare quella città, quel lavoro, quella gente?
--------------------------------------------------------------------------------------------

Nove anni. Nove anni fa Ian Saxy ha riposto la sua vita in una soffitta. Buia. Impolverata, traboccante di oggetti inutili: ricordi, vestiti, rimpianti, una morte, un sassofono. Nove anni fa il sassofono ha smesso di suonarlo come ha smesso di fare tante altre cose, praticamente tutte. Ha buttato tutto in soffitta: le emozioni, le glorie, le cazzate, le storie banali e quelle importanti; la sua vita insomma. 
La porta chiusa, la chiave gettata. 
Nove anni fa, dopo la morte di Y Ian trascorreva le ore steso su un letto, a fissare pareti e soffitto di una stanza nella Locanda dell’Inferno. Dal bianco delle pareti traeva la certezza dell’annullamento. Guardava soffitto e pareti e aspettava di morire. Ore giorni settimane mesi.
La sua stanza era bianca. L’Istituto che lo ospitava era alto tre piani, un edificio di cemento e acciaio e vetro: la Locanda dell’Inferno. Dietro ci scorreva un fiumiciattolo di acqua solforosa. All’inizio dei lavori di costruzione dell’Istituto si era deciso di deviarlo, o seppellirlo, quel fiume scomodo, ma poi qualcuno aveva cambiato idea, e il fiume era rimasto e l’acqua avevano pensato di convogliarla dentro l’Istituto e utilizzarla per alimentare le piscine termali, così dentro tutto era dolce caldo morbido amniotico. Fuori invece, dietro, incustodito, il fiume scorreva ancora, e trascinava a valle acqua caldissima, fango borbottante, odore ispido di zolfo, e vapore che nascondeva il terreno. 
Certi pazienti si spingevano oltre le mura dell’Istituto, guardavano il fiume e pensavano all’inferno. Gironzolavano vagabondi per le grandi stanze dalle pareti pastello dell’Istituto, si sentivano pellegrini in una locanda: erano accettati, ospitati, custoditi, nutriti, preservati, alleviati dalle loro sofferenze. Poi scavalcavano il recinto protettivo e trovavano le nebbie del fiume, e pensavano che l’inferno non poteva essere molto diverso da quel che vedevano: vapori, caldo, odore, paura, incertezza nello sguardo.
Un anno. Ci aveva passato un anno nella Locanda dell’Inferno. A volte lo legavano al letto. Per sicurezza, gli dicevano. Per impedirgli di farsi male. In quel periodo era certo che mani invisibili gli infilassero aghi invisibili nel corpo per succhiargli ormoni. Glieli estraevano dalle braccia e dalla nuca, dalle gambe soprattutto; dalle dita dei piedi. Non gli facevano male, però succhiavano, e succhiavano forte, e ormoni a migliaia scivolavano via dal corpo nel silenzio più assoluto e lui moriva piano. 
Succo di ormoni. A volte era giallo, oppure verde, ma non rosso, mai. Dalle punte degli aghi invisibili che si ritraevano da lui schizzi di ormoni saettavano a terra in bave luminescenti e gelatinose che solo lui potevo vedere.
A volte, con le unghie cercava di strapparsi di dosso gli aghi invisibili e siccome non riusciva a raggiungerli perseguiva nella sua caccia all’ago con feroce determinazione. 
Si faceva male, si feriva, il dolore prendeva la forma di eccessi di luce oltre gli occhi, ma continuava. Si scavava sottopelle fin quando non lo fermavano. Lo trovavano con le mani insanguinate e il corpo malamente aperto in più punti, ferite ben spalancate, porte spalancate per gli ormoni in fuga. È per quello che lo legavano. 
Insomma, era questo il suo problema: ormoni colanti. E poi c’era tutto il resto, naturalmente, la gestione delle cose abbandonate in soffitta, o piuttosto, il desiderio di non avere più a che fare con le cose abbandonate in soffitta. C’era la sua vita intera dimenticata in soffitta, e la morte di Y che non sapeva spiegare, e il suo sassofono sepolto sotto la polvere in soffitta. 
Non lo suonava più, il sassofono. Aveva provato a riprenderlo, un paio di volte. Era stato un piacere tirarlo fuori dalla custodia di legno, grattare con piccoli colpi di unghia i residui mai rimossi di saliva secca dai tasti e dal bocchino, strofinare la superficie d’ottone con un panno morbido di cotone che si era conservato dai tempi dei concerti. Una stoffa celeste. Strofinare. Lucidare. Strofinare. Celeste era il suo colore preferito.
Poi aveva cominciato a suonare.
Suonare è come avere una bocca con labbra di metallo che vibrano. Avere dita lunghissime che cercano i suoni nascosti nel cervello per estrarli come pepite preziose dai fori aperti nel metallo e urlarli attraverso una gola d’ottone. Quando suonava era aggredito da un’onda calda, l’onda si prendeva prima la testa, poi le dita. Lo masticava col suo consenso. L’onda lo accompagnava materna mentre lui si muoveva sui tasti percorrendo sequenze mai dimenticate. È come recitare a memoria una poesia imparata da bambino. È questo che avrebbe detto se gli avessero chiesto cos’era suonare: recitare una poesia bellissima a voce alta.
In quelle due occasioni nella Locanda dell’Inferno scelse Around Midnight. Quel brano gli evocava il silenzio assoluto, la notte, la solitudine di una voce che cerca di farsi sentire al di là del buio. Prese a suonare con immediata sicurezza, sparava i suoni contro il muro della stanza con lo strumento stretto tra le mani. 
In quelle due occasioni non aveva sbagliato una parola di quel canto. In quelle due occasioni aveva pensato di poter stringere di nuovo una donna, di trattenere tra le dita il corpo di una donna che urlava e rideva. 
Con tutta la dolcezza possibile. 
Suonava magnificamente, pure si interruppe quasi subito, incapace di terminare ciò che aveva cominciato. E non era certo l’assenza prolungata d’esercizio a rovinare l’esecuzione, quanto piuttosto la sua assoluta mancanza di volontà a continuare. Dopo le prime note, mentre ancora si sforzava di suonare, aveva intuito con lucida chiarezza che tutta l’aria che soffiava nel sax si concentrava dentro a un cubo duro e nero: non era musica che soffiava dentro a quel cubo, ma l’ansia del mondo. Suonando, alimentava l’ansia come si fa soffiando su un fuoco con rami secchi. Così il cubo d’ansia si era riempito in fretta e a quel punto il resto del suo fiato, il resto delle sue energie, il resto delle note pompate nella stanza contro al muro bianco forzavano soltanto l’esplosione più temuta: quella degli ormoni. Non erano più suoni che gli uscivano dalla bocca e dalle dita, ma ormoni. I suoi ormoni. Vomitava fiotti di ormoni. Subito le mani invisibili scendevano su di lui con gli aghi solerti per catturare la sua linfa. Il calore si freddava, prima le dita si facevano gelide, poi la testa e la fronte. Sudava gocce gelide, e anche dalla fronte gli ormoni schizzavano fuori con grande rapidità. 
Come poteva continuare a suonare, mentre gli ormoni fuggivano, mentre moriva così?

Così per un anno. Gli ci era voluto un anno per farla finita con quella patetica scusa, gli ormoni, una giustificazione che si era inventato per non affrontare ciò che in quel momento non poteva: riprendersi la vita. 
Un anno per riuscire a riaprire la porta della soffitta nella Locanda dell’Inferno. Un anno: un vuoto grigio. 
Frotte infinite di ormoni lo avevano abbandonato e lui era ancora vivo. È per questo che cominciò a dubitare sulla sua morte imminente. Non riusciva a morire; gli ormoni continuavano a sparire e lui continuava a restare vivo, nonostante gli fosse chiaro che ciò era impossibile. Così a un certo punto decise che forse si sbagliava su questa storia degli ormoni. Era una cazzata. Così smise di crederci e cercò di occuparsi nuovamente della sua vita a pezzi, e fece di tutto per far credere a tutti che era guarito, al punto che tutti cominciarono a credere che fosse guarito sul serio.
Impiegò mesi. Convinse anche i medici che lo curavano e uscì dalla Locanda dell’Inferno che era ancora vivo, e un anno più vecchio. Ma ancora vivo. E ricominciò a fare l’unica cosa che gli riusciva bene, l’unica che sapeva e voleva fare: suonare.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>buffo che in una sorta di &#8220;bozza zero&#8221;, un pezzo buttato giù di getto e da rivedere completamente,  ho espanso in due pagine quello che è il tuo inizio: &#8220;Non era stato semplice ritornare alla vita dopo quei centoventi mesi trascorsi da pazzo tra i pazzi.&#8221;</p>
<p>Nel mio caso non sono centoventi, ma solo 12. E non c&#8217;è una fisarmonica ma un sassofono. tu passi al dopo, io mi concentro sul durante. e su due tentativi di uscire.<br />
nel tuo caso lo stile è molto più rifinito. io non ci ho neppure provato ancora a lavorarci sullo stile. è materiale allo stato grezzo. come dicevo: una bozza zero. te lo butto qua giusto per divertimento, senza nessun tentativo di confronto, ma semmai di dialogo tra noi.<br />
&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;<br />
fossi in te lavorerei su cose del tipo:<br />
&#8220;Uscito, rinato. Grazie all’intercessione di un anonimo trovò lavoro a Piacenza. Settore: stagionatura dei prosciutti. Ma non riuscì mai ad affezionarsi troppo, né alla gente né alle cose. Tantomeno alla città.&#8221;</p>
<p>questo è riassunto, sinossi. un po&#8217; va bene, mica puoi dire tutto. però qua mi pare troppo. trasformarla in una scena, anche soilo dieci righe, ma una scena: l&#8217;anonimo lo incontra, ci parla, gli fa capire che lo aiuterà.<br />
oppure: un uomo X lo incontra, gli dice che un anonimo lo aiuterà.<br />
poi lo porta a vedere il lavoro che gli hanno dato nel settore della stagionatura dei prosciutti. l&#8217;odore del prosciutto, della carne, è forte. fortissimo.<br />
lui lo odia immediatamente, quell&#8217;odore. X gli fa vedere cosa deve fare. lui comincia.<br />
ripete le azione una volta, due volte mille volte. in mezzo a quell&#8217;odore. è così che passano i giorni: facendo quelle azioni.</p>
<p>scena breve di lui che parla, o non parla, con i suoi compagni di lavoro. sono diversi, gli dicono cose che lui non capisce, che lui non ama. lavorano il prosciutto senza preoccuparsi di quel che fanno, senza sentire l&#8217;odore.<br />
invece lui esce dal lavoro che puzza di prosciutto. la puzza se la porta in giro per la città. vede strade, monumenti, CERTE STRADE, CERTI MONUMENTI, e gli sembrano impregnati di quell&#8217;odore. tutta la città è impregnata dell&#8217;odore del prosciutto. come può non finire per odiare quella città, quel lavoro, quella gente?<br />
&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p>Nove anni. Nove anni fa Ian Saxy ha riposto la sua vita in una soffitta. Buia. Impolverata, traboccante di oggetti inutili: ricordi, vestiti, rimpianti, una morte, un sassofono. Nove anni fa il sassofono ha smesso di suonarlo come ha smesso di fare tante altre cose, praticamente tutte. Ha buttato tutto in soffitta: le emozioni, le glorie, le cazzate, le storie banali e quelle importanti; la sua vita insomma.<br />
La porta chiusa, la chiave gettata.<br />
Nove anni fa, dopo la morte di Y Ian trascorreva le ore steso su un letto, a fissare pareti e soffitto di una stanza nella Locanda dell’Inferno. Dal bianco delle pareti traeva la certezza dell’annullamento. Guardava soffitto e pareti e aspettava di morire. Ore giorni settimane mesi.<br />
La sua stanza era bianca. L’Istituto che lo ospitava era alto tre piani, un edificio di cemento e acciaio e vetro: la Locanda dell’Inferno. Dietro ci scorreva un fiumiciattolo di acqua solforosa. All’inizio dei lavori di costruzione dell’Istituto si era deciso di deviarlo, o seppellirlo, quel fiume scomodo, ma poi qualcuno aveva cambiato idea, e il fiume era rimasto e l’acqua avevano pensato di convogliarla dentro l’Istituto e utilizzarla per alimentare le piscine termali, così dentro tutto era dolce caldo morbido amniotico. Fuori invece, dietro, incustodito, il fiume scorreva ancora, e trascinava a valle acqua caldissima, fango borbottante, odore ispido di zolfo, e vapore che nascondeva il terreno.<br />
Certi pazienti si spingevano oltre le mura dell’Istituto, guardavano il fiume e pensavano all’inferno. Gironzolavano vagabondi per le grandi stanze dalle pareti pastello dell’Istituto, si sentivano pellegrini in una locanda: erano accettati, ospitati, custoditi, nutriti, preservati, alleviati dalle loro sofferenze. Poi scavalcavano il recinto protettivo e trovavano le nebbie del fiume, e pensavano che l’inferno non poteva essere molto diverso da quel che vedevano: vapori, caldo, odore, paura, incertezza nello sguardo.<br />
Un anno. Ci aveva passato un anno nella Locanda dell’Inferno. A volte lo legavano al letto. Per sicurezza, gli dicevano. Per impedirgli di farsi male. In quel periodo era certo che mani invisibili gli infilassero aghi invisibili nel corpo per succhiargli ormoni. Glieli estraevano dalle braccia e dalla nuca, dalle gambe soprattutto; dalle dita dei piedi. Non gli facevano male, però succhiavano, e succhiavano forte, e ormoni a migliaia scivolavano via dal corpo nel silenzio più assoluto e lui moriva piano.<br />
Succo di ormoni. A volte era giallo, oppure verde, ma non rosso, mai. Dalle punte degli aghi invisibili che si ritraevano da lui schizzi di ormoni saettavano a terra in bave luminescenti e gelatinose che solo lui potevo vedere.<br />
A volte, con le unghie cercava di strapparsi di dosso gli aghi invisibili e siccome non riusciva a raggiungerli perseguiva nella sua caccia all’ago con feroce determinazione.<br />
Si faceva male, si feriva, il dolore prendeva la forma di eccessi di luce oltre gli occhi, ma continuava. Si scavava sottopelle fin quando non lo fermavano. Lo trovavano con le mani insanguinate e il corpo malamente aperto in più punti, ferite ben spalancate, porte spalancate per gli ormoni in fuga. È per quello che lo legavano.<br />
Insomma, era questo il suo problema: ormoni colanti. E poi c’era tutto il resto, naturalmente, la gestione delle cose abbandonate in soffitta, o piuttosto, il desiderio di non avere più a che fare con le cose abbandonate in soffitta. C’era la sua vita intera dimenticata in soffitta, e la morte di Y che non sapeva spiegare, e il suo sassofono sepolto sotto la polvere in soffitta.<br />
Non lo suonava più, il sassofono. Aveva provato a riprenderlo, un paio di volte. Era stato un piacere tirarlo fuori dalla custodia di legno, grattare con piccoli colpi di unghia i residui mai rimossi di saliva secca dai tasti e dal bocchino, strofinare la superficie d’ottone con un panno morbido di cotone che si era conservato dai tempi dei concerti. Una stoffa celeste. Strofinare. Lucidare. Strofinare. Celeste era il suo colore preferito.<br />
Poi aveva cominciato a suonare.<br />
Suonare è come avere una bocca con labbra di metallo che vibrano. Avere dita lunghissime che cercano i suoni nascosti nel cervello per estrarli come pepite preziose dai fori aperti nel metallo e urlarli attraverso una gola d’ottone. Quando suonava era aggredito da un’onda calda, l’onda si prendeva prima la testa, poi le dita. Lo masticava col suo consenso. L’onda lo accompagnava materna mentre lui si muoveva sui tasti percorrendo sequenze mai dimenticate. È come recitare a memoria una poesia imparata da bambino. È questo che avrebbe detto se gli avessero chiesto cos’era suonare: recitare una poesia bellissima a voce alta.<br />
In quelle due occasioni nella Locanda dell’Inferno scelse Around Midnight. Quel brano gli evocava il silenzio assoluto, la notte, la solitudine di una voce che cerca di farsi sentire al di là del buio. Prese a suonare con immediata sicurezza, sparava i suoni contro il muro della stanza con lo strumento stretto tra le mani.<br />
In quelle due occasioni non aveva sbagliato una parola di quel canto. In quelle due occasioni aveva pensato di poter stringere di nuovo una donna, di trattenere tra le dita il corpo di una donna che urlava e rideva.<br />
Con tutta la dolcezza possibile.<br />
Suonava magnificamente, pure si interruppe quasi subito, incapace di terminare ciò che aveva cominciato. E non era certo l’assenza prolungata d’esercizio a rovinare l’esecuzione, quanto piuttosto la sua assoluta mancanza di volontà a continuare. Dopo le prime note, mentre ancora si sforzava di suonare, aveva intuito con lucida chiarezza che tutta l’aria che soffiava nel sax si concentrava dentro a un cubo duro e nero: non era musica che soffiava dentro a quel cubo, ma l’ansia del mondo. Suonando, alimentava l’ansia come si fa soffiando su un fuoco con rami secchi. Così il cubo d’ansia si era riempito in fretta e a quel punto il resto del suo fiato, il resto delle sue energie, il resto delle note pompate nella stanza contro al muro bianco forzavano soltanto l’esplosione più temuta: quella degli ormoni. Non erano più suoni che gli uscivano dalla bocca e dalle dita, ma ormoni. I suoi ormoni. Vomitava fiotti di ormoni. Subito le mani invisibili scendevano su di lui con gli aghi solerti per catturare la sua linfa. Il calore si freddava, prima le dita si facevano gelide, poi la testa e la fronte. Sudava gocce gelide, e anche dalla fronte gli ormoni schizzavano fuori con grande rapidità.<br />
Come poteva continuare a suonare, mentre gli ormoni fuggivano, mentre moriva così?</p>
<p>Così per un anno. Gli ci era voluto un anno per farla finita con quella patetica scusa, gli ormoni, una giustificazione che si era inventato per non affrontare ciò che in quel momento non poteva: riprendersi la vita.<br />
Un anno per riuscire a riaprire la porta della soffitta nella Locanda dell’Inferno. Un anno: un vuoto grigio.<br />
Frotte infinite di ormoni lo avevano abbandonato e lui era ancora vivo. È per questo che cominciò a dubitare sulla sua morte imminente. Non riusciva a morire; gli ormoni continuavano a sparire e lui continuava a restare vivo, nonostante gli fosse chiaro che ciò era impossibile. Così a un certo punto decise che forse si sbagliava su questa storia degli ormoni. Era una cazzata. Così smise di crederci e cercò di occuparsi nuovamente della sua vita a pezzi, e fece di tutto per far credere a tutti che era guarito, al punto che tutti cominciarono a credere che fosse guarito sul serio.<br />
Impiegò mesi. Convinse anche i medici che lo curavano e uscì dalla Locanda dell’Inferno che era ancora vivo, e un anno più vecchio. Ma ancora vivo. E ricominciò a fare l’unica cosa che gli riusciva bene, l’unica che sapeva e voleva fare: suonare.</p>
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	<item>
		<title>Commenti su Nel bosco di chiara</title>
		<link>http://ellequadro.wordpress.com/2007/10/17/nel-bosco/#comment-2</link>
		<dc:creator>chiara</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Oct 2007 12:53:40 +0000</pubDate>
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		<description>il bosco è molto bello. potevi continuare almeno per
un&#039;altra pagina, mi hai lasciata lì tra le curve del tuo
intestino...ma ti capisco, quando scendi spaventa. anche io faccio sempre così.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>il bosco è molto bello. potevi continuare almeno per<br />
un&#8217;altra pagina, mi hai lasciata lì tra le curve del tuo<br />
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